Congregazione Povere Serve della Divina Provvidenza

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San Giovanni Calabria

 

Fondatore

cenni biografici

 

 

Settimo e ultimo figlio di Luigi Calabria e di Angela Foschio, Giovanni nasce a Verona l’8 ottobre 1873, in una soffitta di vicolo Disciplina, 7 e viene battezzato il primo novembre, solennità di tutti i Santi, nella chiesa parrocchiale dei Santi Apostoli.

Il papà fa il ciabattino e la mamma, che, essendo di famiglia povera, era stata educata da ragazza nell’Istituto avviato da don Nicola Mazza a favore delle bambine povere, cerca di racimolare qualche soldo lavando e stirando per qualche famiglia benestante della città.

Dei sette figli solo tre sopravvivono: Gaetano, Teresa e il piccolo Giovanni, poiché gli altri quattro muoiono in tenera età.

È la povertà la culla di questi bambini: una povertà materiale certamente dura e pesante, ma che non intacca per nulla i valori morali, saldi e profondi, in cui è radicata la famiglia.

In particolare mamma Angela, nella sua silenziosa fatica quotidiana, fa trasparire una fede semplice ma solida che, al di là delle parole, comunica ai figli con l’esempio costante della sua vita.

In questo ambiente di povertà, ma di autenticità di affetti, il piccolo Giovanni trascorre i suoi primi anni di vita, seguito con premura anche dalla madrina Barbara e dalla Masina, vicina di casa dei Calabria.

Un’altra figura femminile gli è accanto nei primi momenti del suo impatto scolastico: la maestra Giulia Botteon che, con tenerezza e comprensione, asciuga le lacrime di Giovannino rattristato di fronte ai primi piccoli “incidenti” causati da inchiostro e penna, e lo tranquillizza con dolcezza quando esclama sconsolato: “Non son bon da gnente” (non sono buono a nulla). Per tutta la vita, oltre alle prime, semplici preghierine imparate a scuola, Giovanni avrebbe ricordato la comprensione materna della sua prima maestra.

All’età di otto - nove anni si presta come chierichetto in parrocchia, evidenziando un diligente impegno e una particolare attrazione per il “sacro”. A casa, spesso, gioca con l’altarino e recita con attenzione le preghiere.

Mamma Angela segue silenziosa il comportamento del piccolo Giovanni e, nella sua saggezza di madre, intuisce già, in cuor suo, che questi sono dei segnali indicativi della futura vocazione del figlioletto alla vita sacerdotale.

Nell’ottobre 1881 egli passa a frequentare le scuole elementari presso l’Istituto delle Stimmate, fondato in Verona da S. Gaspare Bertoni. In questi anni si accosta alla Cresima e alla Prima Comunione. Ma, se il suo piccolo cuore gioisce nel ricevere Gesù, più volte è rattristato purtroppo dalle amare umiliazioni legate alla povertà, dalle prime delusioni e dalla durezza della realtà di vita che lo circonda, troppo spesso dominata dall’egoismo, dall’interesse e dal formalismo.

Con il tempo la vita, per lui, si farà sempre più difficile, anche a causa delle generali condizioni della città divenute più critiche in seguito all’inondazione dell’Adige del 1882.

Le frange più povere della popolazione devono fare i conti troppo spesso con una quotidianità di miseria, di fame e di malattia. E proprio quest’ultima, nell’inverno del 1884, intacca le forze fisiche di papà Luigi, già indebolite dalle condizioni di vita indigenti, tanto da costringerlo a lasciare il lavoro.

La famiglia, impoveritasi così ancor più, conosce giorni tristi.

Qualche aiuto le viene offerto dall’opera assistenziale della S. Vincenzo, ma l’aiuto economico porta con sé anche qualche mortificazione che il piccolo Giovanni assapora amaramente nel cuore. È costretto ad interrompere più volte la scuola per lavorare, racimolando qualche soldo per aiutare la famiglia.

Conosce così troppo presto la dura realtà del lavoro, a volte scandito da “padroni” severi e pretenziosi, altre da persone più comprensive e benevole, come le sorelle ebree Camis, camiciaie in “via Nuova”, presso le quali egli lavora come garzone.

Purtroppo la salute di papà Luigi si aggrava sempre più e si rende necessario il ricovero in ospedale.

La famiglia Calabria si impoverisce ulteriormente, tanto che mamma Angela è costretta a ricorrere più volte al Monte dei Pegni, mentre Giovanni viene collocato a lavorare in alcune cartolerie come garzone.

Nell’inverno del 1886 papà Luigi muore.

È il primo impatto del piccolo Giovanni con la morte, che lo colpisce negli affetti familiari più profondi, e gli mostra - ancora una volta troppo presto - le durezze della vita. Un impatto che viene attutito, almeno nel suo aspetto sconvolgente e immediato di evento improvviso, dalla sensibilità delicata di un cuore di donna, capace di partecipare ad un cuore di bambino il triste accaduto nel modo più dolce possibile. “Il tuo papà dorme”, dice la Suora andando incontro a Giovanni che, ancora ignaro della morte del papà, sta salendo le scale dell’Ospedale per recarsi a visitarlo.

Una frase che Giovanni avrebbe ricordato per sempre, propria di una delicatezza materna capace di “parlare” l’inesprimibile linguaggio di un amore che non vuol ferire mai.

Le già tristi condizioni della famiglia Calabria si fanno ancor più acute e Giovanni, pur sentendo sempre più forte in lui la vocazione al Sacerdozio, vede ormai chiara l’impossibilità di studiare, dovendo lasciare la scuola per aiutare la famiglia. Scriverà molti anni più tardi, ricordando la sua vocazione: “… devo dire che, sebbene tanto povero, tanto misero, pure fin dai miei primi anni ho sentito in me la vocazione al Sacerdozio e in mezzo a tante prove, a tante contraddizioni e a tante miserie, mai, per pura grazia del Signore ho avuto il più piccolo dubbio sulla mia vocazione”.

Sarebbe destinato a rimanere celebre il rimprovero del padrone di una cartoleria presso la quale Giovanni lavorava come garzone, di fronte ad un malanno causato dalla distrazione di questi: “Va’, va’ caro, va’ a fare il prete… quello è il tuo mestiere!”.

Mamma Angela, che tutto vede e conserva nel suo cuore di madre, decide di parlare del suo Giovanni al Rettore di S. Lorenzo, don Scapini, il quale la incoraggia e la rassicura, offrendosi di preparare privatamente il figlio agli esami di ammissione al liceo in Seminario.

Sono tre anni duri di impegno e di studio, scanditi da povertà, mal nutrizione, fragilità fisica… Eppure, nel 1892, egli riesce a superare la prova di ammissione.

Scrive nel tema d’italiano:

“Oh! Quanto è bella la carità Evangelica che sa perdonare e troncare d’un momento gli odii e fa rivenire la pace dove prima era la discordia. Ne sia ringraziato Iddio. Oh! Carità, purissimo e nobilissimo degli affetti disceso dal cielo, tu sola conosci la pietà e misconosci l’orgoglio, tu sei vera fiamma, che riscaldi e rischiari i nostri e gli altrui cuori e li conduci a Dio. Salve o Carità, regina delle virtù”.

Un tema… profetico!

Frequenta il Seminario come alunno esterno: il percorso che egli compie quotidianamente dalla sua casa alla scuola gli dà modo di constatare la povertà e la miseria nelle casupole che si nascondono all’ombra dei palazzi signorili. La sua attenzione e cura sono rivolte agli ammalati, ai poveri, agli “ultimi”…

All’inizio della terza liceo egli interrompe gli studi per assolvere al servizio militare presso l’Ospedale Militare veronese. Per Giovanni sono due anni di tirocinio di carità: si prodiga con generosa dedizione nell’assistenza dei soldati malati, intensificando la sua cura premurosa quando scoppia un’epidemia di tifo, malattia che anch’agli contrae.

Nel sospiro dei soldati ammalati vede la viva immagine di Gesù: li assiste, li conforta, ascolta le loro confidenze e si accorge - come scriverà più tardi, ricordando questo periodo - che “sotto il soldato c’è il fanciullo, v’è il fanciullino, ed era bello piegarmi su di lui, col senso della maternità”.

Terminato il servizio militare e ripresa la scuola, conclude il liceo e accede agli studi teologici. Per il giovane chierico è un periodo in cui intensifica la sua attività caritativa nei confronti degli ammalati e dei poveri. Fonda la “Pia unione per l’assistenza ai malati poveri”, benedetta e approvata dal Vescovo.

È una fredda sera di novembre del 1897 in cui la Provvidenza gli dà un chiaro segno profetico. Scriverà egli stesso in un Promemoria:

“Il Signore mi diede un chiaro segno, quando, in una sera d’inverno, mi fece incontrare sulla porta della mia casa con un povero bambino di circa cinque anni, abbandonato da tutti e che io raccolsi e misi nella mia cameretta, dividendo il letto”.

È ancora mamma Angela che, silenziosa ed umile, accoglie quel bambino abbandonato, assecondando con benevolenza le iniziative e le azioni del figlio chierico ispirate alla carità evangelica e all’attenzione verso i più poveri, e i più bisognosi.

Don Calabria dirà ai “suoi” ragazzi, molti anni più tardi a San Zeno in Monte, ricordando la sua buona mamma:

“Sotto un certo aspetto questa Casa ha avuto origine per suo mezzo” (5450/C, 7 maggio 1923).

L’11 agosto 1901 è data che segna la meta tanto attesa e desiderata: l’Ordinazione Sacerdotale. Qualche giorno dopo, nella solennità dell’Assunta, celebra la prima Messa in S. Lorenzo.

Svolge il suo primo apostolato come Vicario cooperatore presso la parrocchia di S. Stefano, dove “tocca” ancor più le condizioni di trascuratezza e solitudine dei poveri, degli ammalati e di tanti bambini abbandonati… accogliendone qualcuno nella sua casa.

Nel 1907 viene nominato Vicario della Rettoria di S. Benedetto al Monte, dove intensifica ancor più la sua attività caritativa, occupandosi anche della cura spirituale dei soldati. È questo il periodo in cui va sempre più chiarificandosi la volontà del Signore.

Scriverà egli stesso, ricordando i primi anni della sua vita sacerdotale:

«Fui mandato a S. Stefano, parrocchia di miseria, di povertà, e confesso che stetti bene in tutto; nella mia casa, con la povera mia mamma, raccoglievo qualche povero bambino abbandonato. La gente e anche qualche Sacerdote mi diceva: “Ma lasci là, stia quieto, pensi al suo Ministero!”. Ma io dicevo: “Sono anime, il Signore me le manda, hanno un grande valore, il Signore penserà a mandarmi anche il resto” e proprio la Provvidenza fu messa alla prova. Il mio Padre Spirituale mi diceva: “Terrà quel bambino se in giornata le verrà il letto o altra Provvidenza”. E la Provvidenza veniva. Si può dire che l’Opera fu formata a forza di prove. Da S. Stefano fui mandato nel 1907 vicario a S. Benedetto, questo fu un tratto speciale del Signore, come mi diceva il mio Padre Spirituale, ed era segno chiaro che Lui voleva l’Opera, perché io ero più libero e potevo fare quello che il Signore voleva, e difatti S. Benedetto fu la prima culla dell’Opera…».

I ragazzi che egli accoglie sono sempre più numerosi per cui si rende necessario ricercare per loro un luogo più spazioso. Grazie all’interessamento di qualche benefattore si trova una casa in vicolo C`se Rotte, dove i ragazzi si trasferiscono e abitano per circa un anno.

Alcuni amici, sacerdoti e laici, nel frattempo, si erano stretti attorno al giovane don Giovanni attratti dal suo profondo spirito di carità e di abbandono alla divina Provvidenza, pronti a condividere con lui una vita al servizio del prossimo bisognoso.

Tra essi: don Luigi Adami, il conte Francesco Perez, don Diodato Desenzani…

In vicolo Case Rotte i ragazzi accolti prendono il nome di “buoni fanciulli”, a sottolineare un focolare di bontà, capace di riscaldare con l’amore quei piccoli cuori senza affetto alcuno.

Il numero dei ragazzi aumenta e si pone ancora il problema dello spazio: con l’aiuto della Provvidenza la piccola famiglia si trasferisce sul colle di S. Zeno in Monte, dove sorge l’antica chiesa di S. Maria in Betlemme e alcune casette.

Sarà questa la sede definitiva dell’Opera. Un’Opera particolare formata da Sacerdoti e Fratelli, uguali sul piano della vita religiosa, abbandonati in tutto alla divina Provvidenza, secondo il brano evangelico: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte le altre cose vi saranno date in aggiunta…” (cfr. Mt 6, 25-34), animati dal fine speciale di essere “Vangeli viventi”, “fari accesi nella notte buia del mondo”, e dediti … alle anime.

“Dobbiamo andare ai più poveri - raccomandava - ai più umili, ai malati, ai disgraziati che sono tanto cari a Dio… non ai grandi, ma ai piccoli ci manda il Signore”.

Il Vescovo di Verona approva l’Opera l’11 febbraio 1932 con il nome di “Poveri Servi della Divina Provvidenza”.

L’Opera, che don Calabria considerò sempre “tutta, tutta di Gesù”, si diffonde anche fuori diocesi, sempre al servizio dei poveri, degli abbandonati, degli emarginati, degli ammalati…, destinata a far del bene, a compiere, come egli scriveva, “i grandi disegni di Gesù, a patto che i suoi membri seguissero fedelmente lo spirito puro e genuino del Vangelo. A questa radicalità evangelica don Calabria esortava, con paterna insistenza, i Religiosi dell’Opera e i Laici tutti, specie negli anni squassati dai due conflitti mondiali, in cui tante persone salivano al colle di S. Zeno in Monte, per trovare, nel suo cuore e nella sua parola, “un punto di riferimento” nella generale crisi di valori.

A tutti e a ciascuno egli “gridava” l’urgenza di ritornare al Vangelo, vissuto sine glossa, sostenendo che

“c’è troppa dissonanza fra ciò che il Vangelo insegna e ciò che da noi si pratica”,

e che togliendo questo contrasto l’umanità avrebbe trovato la salvezza.

Un forte respiro di universalità  caratterizzava il palpito del suo cuore di padre. Caldeggiò sempre il dialogo e l’unione dei cristiani e soffrì per la divisione delle confessioni religiose. Questo suo profondo sentimento di amore per i fratelli “separati” si tradusse concretamente in ospitalità offerta al Metropolita della Chiesa ortodossa rumena, S. E. Visarion, profugo, dopo la conquista del potere da parte del comunismo; in un’intensa corrispondenza con un Pastore luterano e con l’anglicano C. S. Lesis, professore dell’Università di Oxford; in accoglienza rischiosa di alcuni Ebrei nelle Case dell’Opera durante il triste periodo della deportazione.

Fra quest’ultimi la pediatra veronese prof. Mafalda Pavia, che don Calabria nascose per 18 mesi nel noviziato di Roncà, vestita da Suora, con il nome di Sorella Beatrice.

Convinto che carità non significa proselitismo, egli manifestò sempre un delicato e sacro rispetto per ogni confessione religiosa: nel prossimo egli vedeva l’immagine viva di Gesù.

Con mente profetica, intuì l’importanza del ruolo dei laici nella Chiesa. Nel 1944 dà vita alla “Famiglia dei Fratelli Esterni”, composta da laici che, in seno alla propria famiglia e professione, si impegnano ad essere Vangeli viventi, “conche e canali” dello spirito puro e genuino dell’Opera nella società.

L’amore per la Chiesa gli faceva avvertire nel cuore il gemito insistente del Signore: “La mia Chiesa, la mia Chiesa”, invocando incessantemente un radicale rinnovamento, un ritorno urgente allo spirito evangelico delle origini.

La sua vita, vissuta interamente nel totale abbandono alla volontà di Dio, conosce, specie negli ultimi anni, angoscianti sofferenze e prove.

Alcune pagine del suo Diario sono gemiti di croce, sofferti e offerti al Signore, sempre finalizzati ad un solo obiettivo: fare la volontà di Gesù. Scrive, ad esempio, nel suo Diario qualche mese prima di morire:

“Che Gesù mi faccia vedere e mi usi la sua grande misericordia e mi conceda di fare, costi qualunque prova e pena, la sua divina volontà”.

È una fredda e nebbiosa notte, il 4 dicembre 1954, quando don Calabria si spegne, nel pianto di tutta Verona, che tanto lo aveva amato. E che esulta quando, il 17 aprile 1988, il Santo Padre, Giovanni Paolo II, lo beatifica proprio a Verona. Lo stesso Papa lo canonizza a Roma, in Piazza S. Pietro, il 18 aprile 1999.

Tra le numerosissime testimonianze della santità di don Calabria ricordiamo solo le parole che il Card. Schuster dettò perché fossero scolpite sulla sua tomba: “Con la vita, gli scritti e provvidenziali istituzioni, soccorrendo i poveri, rifulse quale faro luminoso nella Chiesa di Dio”.

È una luce che, per tutti coloro che ne sono stati illuminati, spetta tenere accesa e viva.